Una mia riflessione sul tema delle risorse per la non autosufficienza

Non autosufficienza, l’allarme di Petitti: «Servono più posti e più assistenza, l’assistenza a casa non può lasciare sole le famiglie»

In Emilia-Romagna 235mila persone hanno bisogno di assistenza e oltre 12mila attendono un posto nelle Cra. La vicesegretaria regionale del Pd: «Servono più strutture e una domiciliarità molto più forte».

I numeri della non autosufficienza in Emilia-Romagna sono allarmanti. Nel 2026 le persone che hanno bisogno di assistenza sono diventate circa 235mila, quindicimila in più in un solo anno. Alla fine del 2025 erano 12.702 gli anziani in lista d’attesa per entrare in una Casa residenza anziani, 887 nella provincia di Rimini.

La Regione ha aumentato le risorse, portato a 16.509 i posti nelle Cra, 482 in più rispetto al 2025, e superato i due milioni di ore di assistenza domiciliare. Sono interventi importanti, ma dobbiamo riconoscere che, davanti a una crescita di queste dimensioni, il sistema attuale non basta più.

La domiciliarità è una scelta giusta, perché consente alle persone anziane di rimanere nella propria casa. Ma non può diventare una formula con cui nascondere la mancanza di posti nelle strutture.

Poche ore di assistenza alla settimana non risolvono il problema di una persona che ha bisogno di aiuto durante tutta la giornata e, talvolta, anche di notte. Quando l’operatore pubblico se ne va, l’anziano resta affidato al coniuge, ai figli o a una badante pagata dalla famiglia. E quando la famiglia non c’è o non può permetterselo, il problema rimane senza risposta.

Il peso ricade soprattutto sulle donne, costrette spesso a ridurre il lavoro o a rinunciarvi. Cresce anche il ricorso al lavoro irregolare: accanto a circa 60mila assistenti familiari regolarmente assunte, in Emilia-Romagna se ne stimano altrettante in nero.

L’esperienza dei Paesi europei più avanzati dimostra che assistenza domiciliare e strutture residenziali devono procedere insieme. La Commissione europea rileva che i sistemi migliori integrano servizi a casa, centri diurni, alloggi assistiti e residenze, garantendo continuità nella cura.

In Danimarca i Comuni organizzano assistenza personale, infermieristica, riabilitazione, visite preventive e strutture residenziali. Nei Paesi Bassi, chi necessita di sorveglianza permanente ha diritto a una presa in carico continuativa, a casa oppure in struttura. In Germania esiste un’assicurazione obbligatoria per la non autosufficienza che finanzia servizi domiciliari, centri diurni, ricoveri temporanei di sollievo e assistenza residenziale.

La lezione è chiara: domiciliarità non significa mandare un operatore per qualche ora e lasciare tutto il resto alla famiglia. Significa costruire una rete capace di intervenire più volte al giorno, integrare assistenza sociale e sanitaria e garantire periodi di sollievo ai caregiver. Nei casi più gravi deve essere disponibile un posto in una struttura qualificata.

Per questo servono più posti nelle Cra, piccoli alloggi assistiti sul territorio, un’assistenza domiciliare realmente continuativa e un piano straordinario per assumere e valorizzare operatori sociosanitari e infermieri.

Ma la Regione non può affrontare da sola un’emergenza di queste proporzioni. Il Governo deve finanziare adeguatamente la riforma nazionale della non autosufficienza e aumentare in modo strutturale le risorse destinate a Regioni e Comuni.

La dignità degli anziani e la serenità delle loro famiglie non possono dipendere dal reddito o dalla disponibilità di una figlia o di un figlio. Devono essere garantite dal sistema pubblico.

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