La mia intervista a Chiamamicitta.it sui temi dell’economia turistica

Intervista a Emma Petitti, vicesegretaria regionale del PD Emilia-Romagna

D. L’Italia continua a essere una potenza turistica globale, ma spesso senza una vera strategia industriale. È un limite strutturale?
R. Sì, è un limite evidente. Abbiamo una forza straordinaria in termini di attrattività, ma troppo spesso ci affidiamo all’inerzia del sistema. Il turismo non può più essere considerato un settore spontaneo: va governato come una filiera industriale, con obiettivi chiari, investimenti mirati e una regia pubblica forte. Senza questo salto di qualità rischiamo di disperdere valore.

D. Il tema non è più aumentare gli arrivi, ma migliorare qualità e valore economico. È un cambio di paradigma realistico?
R. Non solo è realistico, è necessario. Continuare a puntare sui numeri senza governare i flussi significa aumentare la pressione sui territori senza migliorare davvero il benessere economico. Dobbiamo lavorare sulla spesa media, sulla qualità dell’offerta e sulla sostenibilità. Questo significa selezionare, qualificare e differenziare, non semplicemente crescere.

D. La concentrazione dei flussi su poche destinazioni è uno dei nodi principali. Come si affronta?
R. Serve una strategia nazionale che redistribuisca i flussi in modo intelligente. Non basta promuovere genericamente le aree interne: bisogna costruire prodotti turistici completi. Parlo di mobilità, servizi, accoglienza, comunicazione. Solo così territori oggi marginali possono diventare competitivi.

D. Lei insiste molto sul tema dell’accessibilità. Quanto pesa davvero?
R. Pesa tantissimo. La competitività di una destinazione si misura anche in termini di tempo, facilità e costi per raggiungerla. Se non colleghiamo bene aeroporti, alta velocità e reti locali, intere aree restano escluse. Il tema degli “ultimi chilometri” è decisivo: lì si gioca spesso la partita.

D. Si parla di selezionare poche destinazioni strategiche su cui concentrare risorse. Non è una scelta rischiosa?
R. È una scelta necessaria. Le risorse pubbliche non sono infinite e disperderle su mille progetti senza massa critica produce poco impatto. Individuare alcune destinazioni integrate, costruire veri piani industriali territoriali e accompagnarle con investimenti pubblici e privati significa creare modelli replicabili.

D. Il patrimonio ricettivo italiano è ampio ma disomogeneo. Cosa manca davvero?
R. Manca un grande piano di riqualificazione. Molte strutture, soprattutto piccole e medie, hanno bisogno di investire in qualità, sostenibilità, digitalizzazione e accessibilità. Senza questo salto, rischiamo di rimanere competitivi solo sul prezzo, che è una strada perdente.

D. Il lavoro nel turismo resta precario e poco attrattivo. Come si interviene?
R. Questo è uno dei nodi più critici. Servono politiche per la stabilizzazione dei contratti e per la destagionalizzazione. Ma serve anche investire seriamente nella formazione. Il turismo deve diventare una scelta professionale qualificata, non un ripiego. Qui il ruolo delle istituzioni è fondamentale.

D. Il tema delle concessioni balneari è fermo da anni. Serve una riforma?
R. Serve una riforma chiara e definitiva. L’incertezza blocca gli investimenti e crea tensioni. Dobbiamo garantire trasparenza, concorrenza, tutela degli operatori che hanno investito e qualità dei servizi. E soprattutto assicurare l’accesso pubblico alle coste, che è un principio fondamentale.

D. Governance: oggi il turismo è frammentato tra livelli istituzionali. Come si supera?
R. Con una cabina di regia nazionale stabile, che coordini e indirizzi. Non significa togliere autonomia ai territori, ma costruire una visione comune. Servono obiettivi misurabili, un piano pluriennale e un sistema dati condiviso. Senza dati, non si governa.

D. Gli affitti brevi stanno cambiando il mercato. Vanno limitati?
R. Vanno regolati, non demonizzati. Hanno ampliato l’offerta e portato turismo anche in aree meno battute. Ma serve equilibrio, soprattutto nei centri urbani dove incidono sul mercato abitativo. Una regolazione nazionale uniforme è indispensabile.

D. In sintesi: qual è la priorità assoluta?
R. Trattare il turismo come un’infrastruttura economica strategica del Paese. Questo significa programmazione, investimenti, regole e visione. Senza una politica industriale, continueremo a crescere in modo disordinato. Con una strategia, invece, possiamo trasformare questa forza naturale in sviluppo sostenibile e diffuso.

D. Rimini è da sempre uno dei motori del turismo italiano, ma da anni registra una riduzione della permanenza media e, in alcuni periodi, una competizione al ribasso sui prezzi. Cosa serve oggi al turismo riminese?
R. Serve una grande stagione di riqualificazione urbana della zona turistica. Dobbiamo avere il coraggio di ripensare il modello: meno alberghi, più servizi, più spazi pubblici di qualità. La parola chiave è decongestionare. Rimini non può competere solo sul prezzo, deve tornare a competere sul valore, sull’esperienza, sulla qualità complessiva dell’offerta. Questo significa anche ridurre la pressione edilizia dove è eccessiva e investire su mobilità, verde, waterfront e servizi per un turismo evoluto. Il comune di Rimini ci sta lavorando, ma non basta solo l’impegno locale. Si deve parlare di un grande progetto nazionale oltre che regionale.

D. Un altro tema cruciale riguarda le colonie marine lungo la costa romagnola. Che cosa fare concretamente?
R. Prima di tutto serve una ricognizione seria e analitica del patrimonio esistente. Parliamo di oltre 220 strutture: è evidente che non possiamo pensare di recuperarle tutte, non ci sono le risorse né avrebbe senso farlo. Dobbiamo fare delle scelte. Concentrarci su quelle colonie che hanno valore storico, architettonico o simbolico e che meritano di essere recuperate e rifunzionalizzate. Per le altre, invece, dobbiamo avere il coraggio di liberare spazi e ripensarli: servizi, aree verdi, funzioni pubbliche o turistiche di qualità.

Aggiungo un punto: il pubblico deve avere un ruolo forte nella programmazione e nell’indirizzo, ma non può e non deve sostituirsi agli imprenditori. Serve una collaborazione vera tra istituzioni e privati, in cui il pubblico crea le condizioni e orienta lo sviluppo, mentre l’iniziativa economica resta centrale

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *