Il mio commento sull’esito del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia

Davvero una bella giornata per la democrazia!
Abbiamo fermato una riforma dannosa, che avrebbe assoggettato la magistratura al potere politico senza risolvere un solo problema reale della giustizia: organici insufficienti, processi troppo lunghi, mancanza di investimenti. Era il primo tassello di un disegno più ampio di questa destra, che attraverso legge elettorale e premierato punta a riscrivere gli equilibri costituzionali. Sarebbe bello che il Parlamento tornasse ad avere un ruolo centrale: le riforme non si fanno a colpi di maggioranza, ma confrontandosi davvero.
Gli Italiani hanno capito e, con una partecipazione altissima, hanno mandato un segnale chiaro a un Governo che voleva cambiare la Costituzione da solo, con una campagna segnata da semplificazioni e arroganza. La segretaria Elly Schlein ha avuto la lucidità di mettersi per prima in campo, e tutto il Partito Democratico ha lavorato con coerenza per il No. Un grazie sincero va alle volontarie e ai volontari, ai comitati del centrosinistra e alle realtà civiche che hanno animato questa mobilitazione straordinaria.
In queste settimane ho attraversato l’Emilia-Romagna – da Ferrara a Parma, da Bologna a Imola, da Lugo alla nostra provincia di Rimini – incontrando persone, ascoltando, spiegando le ragioni del No. Ho visto una comunità viva, consapevole, che non si rassegna.
Questo voto non è solo un risultato: è un metodo. Le riforme si fanno con le persone, non sulle persone. E ci dice che le priorità del Paese sono altre: caro vita, lavoro di qualità, sanità pubblica, politica industriale, una posizione europea più netta nella ricerca della pace.
Questa mobilitazione eccezionale consegna al centrosinistra un messaggio preciso: c’è un’alternativa possibile e credibile. Ci siamo, e ci saremo con ancora più convinzione per radicare questa alternativa nel Paese.

Referendum costituzionale 22-23 marzo, la mia intervista su Il Resto del Carlino

Difendere la giustizia, dare voce ai giovani: la mobilitazione di Rimini non si ferma.
Perché il Partito Democratico Emilia-Romagna ha deciso di esporsi con forza su questo referendum?
“Perché ormai ci siamo: tra pochi giorni si vota e questa scelta avrà conseguenze profonde. In Emilia‑Romagna abbiamo una tradizione chiara: quando l’equilibrio tra i poteri dello Stato è in pericolo, non stiamo a guardare. Questa riforma non migliora la giustizia, non riduce i tempi, non rafforza i servizi. Introduce invece un rischio concreto di condizionamento politico. Per noi è inaccettabile”.
I sindaci e gli amministratori locali sembrano molto attivi. Che quadro vede?
“Un quadro di grande responsabilità. Sono circa trecento i sindaci che hanno firmato l’appello per il NO, e l’Emilia‑Romagna è tra le regioni più compatte. A Rimini il centrosinistra è unito sul NO, e anche il presidente regionale De Pascale ha preso posizione. Quando amministratori che ogni giorno affrontano problemi reali — sicurezza, servizi, fragilità sociali — dicono che questa riforma non serve ai cittadini, è un segnale che pesa”.
In queste ore decisive, cosa sta succedendo sul territorio?
“C’è una mobilitazione fortissima. In tutta la regione — e a Rimini in particolare — stiamo moltiplicando incontri, banchetti, momenti di confronto. Le persone vogliono capire, vogliono essere informate. È una partecipazione che cresce ora dopo ora, e dimostra quanto questo voto sia sentito. E proprio per questo venerdì 20 marzo chiuderemo la campagna con ‘All’ultimo voto per il NO’ all’Area Settebello: una cena di autofinanziamento dei Comitati e, dalle 18, un dialogo tra la giornalista Michela Monte e Marco Tarquinio, in collegamento. Sarà un momento importante di confronto.”
Quali sono i punti più critici della riforma?
“Tre, molto semplici:
non risolve i problemi veri — personale, investimenti, digitalizzazione;
apre la strada a un controllo politico sulla carriera dei magistrati;
non migliora la vita dei cittadini, perché i tempi dei processi resteranno gli stessi.
Questa non è una riforma della giustizia: è una riforma del potere”.
Qual è l’alternativa che propone il PD regionale?
“Investimenti seri e strutturali, e una riforma del CSM che rafforzi l’indipendenza, non che la limiti. L’Emilia‑Romagna ha dimostrato che quando si investe nel pubblico, i servizi migliorano. La giustizia non fa eccezione”.
In questi giorni si discute molto degli studenti fuori sede, che non hanno strumenti adeguati per votare. Che idea si è fatta?
“È una mancanza grave. Parliamo, per rendere l’idea, di circa cinquemila studenti universitari o di alta formazione residenti in provincia di Rimini che vivono lontano da casa. Escluderli dal voto significa tagliare fuori una parte importante della nostra comunità, proprio quei giovani che a parole si dice di voler sostenere. E invece, nei fatti — che si parli di contratti di lavoro, stipendi, rappresentanza istituzionale o partecipazione democratica — vengono lasciati indietro. Noi siamo partiti da loro: sono stati soprattutto i nostri giovani attivisti ad aprire i gazebo, a volantinare, a fare informazione. Meritano di poter votare come tutti.”
A Rimini la società civile si sta muovendo molto. Che valore ha questa mobilitazione?
“Un valore enorme. Il Comitato per il NO ha costruito una rete ampia: ACLI, ANPI, ARCI, AUSER, CGIL, il Coordinamento delle Donne Democratiche e molte altre realtà. È una mobilitazione che nasce dal basso, per difendere un principio semplice: la giustizia deve essere indipendente. Rimini ha una tradizione di partecipazione che nei momenti decisivi si vede sempre”.

Una mia riflessione in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna

Donne, lavoro e rappresentanza: dall’Emilia‑Romagna a Rimini cresce la leadership femminile, ma il divario resiste
«In provincia di Rimini le donne sindache sono passate dal 3–5% degli anni Novanta al 15% di oggi: un progresso reale, ma la rappresentanza resta minoritaria». Così Emma Petitti, alla vigilia dell’8 marzo, commenta i dati più recenti su lavoro e leadership femminile. «L’Emilia‑Romagna è tra le regioni più avanzate d’Italia, ma la parità non è ancora un traguardo raggiunto: è un percorso da completare».

Lavoro e autonomia: l’Emilia‑Romagna corre più della media nazionale
Con un tasso di occupazione femminile che supera il 63%, quasi dieci punti sopra la media italiana, l’Emilia‑Romagna si conferma un territorio dinamico, dove le donne trainano crescita e innovazione. Un dato che si rafforza con un altro segnale importante: il 40% delle nuove imprese nate nel 2024 ha una donna come titolare o socia di riferimento.

«È un indicatore di vitalità economica e di leadership – sottolinea Petitti – ma non basta. L’alta occupazione non coincide automaticamente con la qualità del lavoro: il gender pay gap nazionale resta al 25% e i carichi di cura continuano a pesare in modo sproporzionato sulle donne».

I servizi per la prima infanzia restano decisivi. Nell’anno educativo 2023/2024, in Emilia‑Romagna, il 41,8% dei bambini 0‑3 anni frequenta un servizio per l’infanzia: una delle coperture più alte d’Italia. «Investire nei nidi significa sostenere davvero la partecipazione delle donne al lavoro e impedire che la maternità diventi una soglia di esclusione. Il welfare non è un costo: è un’infrastruttura strategica per la parità».

Rappresentanza: Rimini cresce, ma resta indietro nei ruoli apicali
La frattura più resistente riguarda la leadership. In Italia le donne sono oltre il 34% degli amministratori locali, ma solo il 15% dei Comuni è guidato da una sindaca. Nel Nord Italia i numeri migliorano, ma non abbastanza.

In Emilia‑Romagna le amministratrici sono tra il 36% e il 38%, e le sindache tra il 18% e il 20%: dati superiori alla media nazionale, ma ancora lontani da un equilibrio reale. Rimini segue lo stesso trend: dagli anni Novanta, quando le sindache erano appena il 3–5%, si è arrivati oggi a circa il 15%. «È il valore più alto di sempre – osserva Petitti – ma resta comunque una quota minoritaria. La crescita dell’occupazione femminile non si traduce automaticamente in leadership: il divario nei ruoli apicali è ancora strutturale».

Una nuova agenda per la leadership femminile
«Il nuovo ruolo nel Coordinamento nazionale delle Donne Democratiche – conclude Petitti – mi permette di seguire da vicino queste dinamiche. È chiaro che serve un salto di qualità: sostenere le amministratrici, rafforzare le competenze, creare una rete che permetta alle donne di assumere ruoli di responsabilità senza ostacoli culturali o politici. L’Italia cresce, ma non abbastanza. La parità si misura nella possibilità concreta per le donne di guidare il cambiamento».

Forte critica allo schema di decreto del Governo sugli organismi di parità

Il Partito Democratico esprime una forte preoccupazione rispetto allo schema di decreto del Governo sugli organismi di parità. Per rafforzare l’indipendenza dell’autorità nazionale si propone un modello che rischia di produrre una pericolosa centralizzazione e che indebolisce la rete territoriale costruita in questi anni dalle Consigliere e dai Consiglieri di parità.
Perché è proprio nella prossimità ai luoghi di lavoro e alle comunità che si rende effettiva la tutela contro le discriminazioni, soprattutto per le donne e per le lavoratrici più esposte.
Per questo riteniamo necessario correggere il testo, salvaguardando e rafforzando il presidio territoriale, in coerenza con lo spirito delle direttive europee e con l’esperienza maturata in molte Regioni, a partire dalla Regione Emilia-Romagna.
E’ qui che abbiamo imparato cosa significa l’investimento in prossimità. Attraverso i centri antiviolenza, con scuole per gli investimenti sull’educazione di genere. Con i comuni per gli investimenti sul sociale e il lavoro delle donne. Centralizzare le funzioni significa togliere ruolo ai territori e autonomia alle donne.
Con la destra si stanno facendo continui passi indietro sul terreno dei diritti delle donne.
Grazie a Corriere Romagna, Carla Dini Vera Bessone per l’attenzione.

Disegno di legge sulla violenza sessuale. Petitti: “Senza consenso libero e attuale è violenza”

Disegno di legge sulla violenza sessuale. Petitti: “Senza consenso libero e attuale è violenza. Dal Governo un passo indietro inaccettabile”

L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato una risoluzione del Gruppo regionale del Partito Democratico per chiedere il ripristino del testo originario della proposta di legge nazionale che introduce in modo esplicito il principio del consenso nel reato di violenza sessuale.

«Questa risoluzione parte da un principio semplice, chiaro e non negoziabile: senza consenso libero e attuale è violenza. Non esistono interpretazioni alternative, non esistono zone grigie. E invece il Governo ha scelto di indebolire un impianto che era frutto di un lavoro serio e condiviso, facendo un passo indietro grave sul terreno dei diritti», dichiara Petitti.

«Parliamo della tutela concreta dell’autodeterminazione delle persone, a partire dalle donne che continuano a essere le principali vittime di violenza. Dopo un voto unanime alla Camera, frutto di un confronto bipartisan importante per il Paese, intervenire per annacquare quella formulazione significa assumersi una responsabilità politica pesante. Significa lasciare spazio a interpretazioni ambigue che troppo spesso si traducono in stereotipi, pregiudizi e vittimizzazione secondaria nei confronti di chi denuncia».

La risoluzione richiama la necessità di riallineare pienamente l’Italia agli standard europei e alla Convenzione di Istanbul, già ratificata dal nostro Paese. «Una legge sul consenso deve essere limpida: il silenzio non è consenso, la mancanza di resistenza non è consenso. Se il Governo pensa di poter arretrare su questo terreno senza trovare opposizione, si sbaglia».

Petitti annuncia inoltre la propria partecipazione alla mobilitazione promossa dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza e dai movimenti femministi contro il DDL Buongiorno, in programma domenica 15 febbraio in tante città italiane: «Sarò in piazza insieme a loro. Perché quando si mettono in discussione principi fondamentali come l’autodeterminazione e la libertà delle donne, le istituzioni devono avere il coraggio di schierarsi. Il DDL Buongiorno rappresenta un segnale preoccupante di un’impostazione ideologica che rischia di riportare indietro l’orologio dei diritti».

«Non possiamo permetterci ambiguità normative né passi falsi politici su questo tema», conclude Petitti. «Il nostro dovere è rafforzare le tutele, non indebolirle. Domenica saremo in tante e in tanti a dirlo con forza: sui diritti delle donne non si torna indietro».

Il Report 2024 sui lavoratori domestici e l’investimento della Regione

Petitti: “A Rimini 5.000 lavoratori domestici. Con oltre 500 milioni del FRNA la Regione garantisce il diritto alla cura”
Rimini e Riccione territori della cura: domanda in crescita, il 7% della popolazione coinvolta. La Regione investe per non lasciare sole le famiglie.

Il nuovo Report 2024 sui lavoratori domestici della Regione Emilia‑Romagna racconta una realtà che negli ultimi anni è diventata sempre più centrale nella vita delle nostre comunità. Badanti e colf non sono figure marginali: sono la spina dorsale silenziosa del welfare familiare, un presidio quotidiano di dignità per migliaia di persone anziane, fragili o non autosufficienti.
“Parliamo di un lavoro che tiene insieme la vita delle persone e che entra in ogni casa, spesso in punta di piedi ma con un ruolo decisivo nella quotidianità delle famiglie – afferma Emma Petitti, consigliera regionale e vice segretaria PD Emilia‑Romagna –. È un lavoro che non si vede, ma senza il quale il nostro welfare non reggerebbe”.

Il report, costruito sui dati INPS e sostenuto dal Fondo Regionale per la Non Autosufficienza (FRNA), restituisce un quadro chiaro: nel 2024 i lavoratori domestici regolari in Emilia‑Romagna sono stati 69.866, con le badanti che rappresentano il 63% del totale. Una presenza capillare, cresciuta negli anni in risposta all’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle fragilità croniche e alla trasformazione delle reti familiari.

Rimini e Riccione: territori dove la cura è già una struttura sociale
In questo quadro, la provincia di Rimini emerge come uno dei territori dove il lavoro domestico ha assunto un ruolo strutturale. Qui si contano 4.916 lavoratrici e lavoratori domestici regolari, pari a circa il 7% della popolazione residente.
Di questi:

3.319 sono badanti,

1.597 sono colf,

il restante 7% rientra in altre tipologie contrattuali del lavoro domestico.

È una fotografia che racconta un territorio dove la cura non è un fenomeno marginale, ma una componente essenziale della vita sociale ed economica.

Nel dettaglio distrettuale, il Distretto di Rimini registra 2.228 badanti per una popolazione over 75 pari a 30.145 persone: un’incidenza del 7,4%, superiore alla media dell’AUSL Romagna (6,8%).
Il Distretto di Riccione presenta un dato altrettanto significativo: 1.019 badanti per 14.742 residenti over 75, pari al 6,9%.

La forza lavoro domestica riminese è composta per il 24% da cittadini italiani e per il 76% da persone di origine straniera, confermando come il lavoro di cura sia anche un luogo di integrazione e di costruzione di comunità.

“Rimini e Riccione – sottolinea Petitti – confermano una domanda di cura che cresce e che richiede risposte integrate. Qui più che altrove vediamo come il lavoro domestico regolare sia diventato un elemento essenziale della tenuta sociale. È un fenomeno che riguarda la qualità della vita delle persone anziane, ma anche l’equilibrio delle famiglie”.

Il ruolo del FRNA: un investimento stabile, una scelta politica chiara
La Regione Emilia‑Romagna, anche grazie al FRNA, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Ogni anno investe oltre 500 milioni di euro per sostenere la non autosufficienza, una delle cifre più alte in Italia.
Negli ultimi cinque anni il fondo è cresciuto in modo costante, non solo in termini economici ma soprattutto in termini di visione: la Regione ha ampliato i servizi domiciliari, rafforzato i contributi per le famiglie, sostenuto la qualificazione delle assistenti familiari e promosso l’emersione del lavoro irregolare.

“È un lavoro quotidiano, fatto di scelte politiche e di investimenti – rivendica Petitti – che ha un impatto diretto sulla vita delle persone. E continueremo su questa strada, perché crediamo che la cura sia un diritto e che chi la garantisce debba essere messo nelle condizioni di farlo con professionalità e dignità”.

Uno sguardo al futuro
Guardando avanti, Petitti indica una direzione chiara: rafforzare ulteriormente la qualificazione delle assistenti familiari, sostenere i distretti nella costruzione di servizi più accessibili, promuovere forme innovative di co‑abitazione e assistenza, consolidare il contrasto al lavoro nero e ampliare la capacità del FRNA di rispondere ai bisogni emergenti.

“Il nostro obiettivo – conclude – è costruire un modello regionale della cura che sia moderno, equo e sostenibile. Un modello che riconosca il valore del lavoro domestico, che sostenga le famiglie e che garantisca alle persone fragili il diritto di vivere nel proprio contesto, con la migliore qualità possibile. Rimini e Riccione ci mostrano quanto questa sfida sia urgente. E noi siamo pronti a raccoglierla”.

Casi di docenti schedati in Regione. Preoccupazione anche nel riminese

Petitti: “Casi di docenti schedati in Regione. Preoccupazione anche nel riminese”
“Pieno sostegno alle iniziative contro le scelte di Azione Studentesca”

«E’ di qualche giorno fa la notizia relativa a un movimento studentesco, ben identificato e attiguo alla destra, che ha proposto una raccolta dati in alcuni istituti scolastici italiani, al fine di stilare un elenco degli insegnanti politicizzati. La scuola è uno dei luoghi fondamentali della nostra democrazia, dove si formano coscienze libere e cittadini consapevoli. Per questo ogni tentativo di schedare o classificare gli insegnanti sulla base di presunte opinioni politiche è un fatto grave, che rischia di minare la serenità del lavoro educativo e il principio costituzionale della libertà di insegnamento.
Ho sottoscritto insieme al capogruppo Pd l’interpellanza a prima firma della collega consigliera regionale Maria Costi in Assemblea legislativa, un atto importante per fare chiarezza e per chiedere quali iniziative la Regione intenda assumere a tutela del personale scolastico. Anche se nel territorio riminese non sono emerse segnalazioni dirette, è comprensibile la preoccupazione di dirigenti, docenti e famiglie, dopo ed è giusto mantenere alta la guardia di fronte a episodi che in altre province della nostra regione hanno già destato allarme.
Per questo riteniamo necessario che l’Ufficio Scolastico Territoriale attivi un monitoraggio puntuale e mantenga un confronto costante con le comunità scolastiche, così da prevenire qualsiasi forma di pressione o intimidazione. La scuola deve rimanere un luogo libero, sereno e rispettoso, dove il percorso formativo degli studenti non venga inquinato da logiche di propaganda o da tentativi di etichettare il lavoro degli insegnanti.
L’Emilia‑Romagna ha sempre difeso un modello di scuola aperta, inclusiva e rispettosa del ruolo fondamentale dei docenti. Continueremo a farlo con determinazione, perché la qualità dell’educazione passa anche dalla libertà e dalla dignità di chi ogni giorno garantisce il diritto allo studio.»

 

Villa Mussolini Riccione, il mio auspicio e il supporto della Regione

Villa Mussolini non è un immobile qualsiasi. È un luogo carico di storia e significati simbolici che, proprio per questo, va trattato con particolare attenzione e responsabilità.

Le offerte presentate alla Fondazione Cassa di Risparmio aprono un confronto legittimo, ma non possono essere valutate solo sul piano economico. Qui è in gioco la funzione culturale e civile di uno spazio che in questi anni è stato restituito alla città grazie all’intervento pubblico e a una gestione improntata a inclusione, memoria e pluralismo.

Preoccupa l’ipotesi di una soluzione privatistica legata ad ambienti culturali e politici riconducibili alla destra del Paese, soprattutto considerando che i progetti presentati avrebbero effetti concreti solo tra molti anni (2035). Un orizzonte temporale così lungo rende fragile qualsiasi garanzia sulle reali finalità future.

Non si tratta di fare processi alle intenzioni, ma di evitare rischi evidenti. Su un bene così delicato la proprietà pubblica rappresenta la migliore tutela contro usi strumentali o ambigui. Per questo intendo avviare un confronto con l’assessora regionale alla Cultura Allegni e con la sindaca di Riccione Angelini per verificare la possibilità di una collaborazione tra istituzioni per un progetto culturale e per mantenere la proprietà in capo alle istituzioni pubbliche.

L’obiettivo è uno solo: garantire che Villa Mussolini continui a essere uno spazio pubblico al servizio della città, della memoria e della cultura, evitando che possa diventare, oggi o domani, un punto di riferimento per nostalgie o operazioni ideologiche.

Il mio messaggio di cordoglio per la scomparsa di Laura Fontana

Laura Fontana era la responsabile dell’Attività di Educazione alla Memoria del Comune di Rimini
Cara Laura, ci siamo conosciute più di 30 anni fa, quando ancora da laureanda in Filosofia, ebbi l’onore e la fortuna di iniziare le mie prime esperienze lavorative con te, all’assessorato alla Cultura. Professionale, aperta, disponibile, così sei stata e da subito si instaurò un rapporto che è durato per tutti questi anni.
Hai dato tanto a tutte le persone che hanno incrociato la tua strada professionale e personale. Generosa, intelligente, rigorosa. Sei stata la donna che è riuscita a fare della Memoria un impegno costante nella nostra città, in Italia e nel mondo. Un lavoro culturale e formativo prezioso insieme alle Scuole, alla nostra comunità.
E due anni fa abbiamo legato Rimini all’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna con progetti che ci hanno visto insieme a Parigi per il memoriale della Shoah.
Grazie di tutto cara Laura, non ti dimenticheremo mai.

Tumore al seno, 30 anni di screening in Romagna. A Rimini oltre 10mila mammografie l’anno

Petitti (Pd): “Un modello che salva vite. La prevenzione è un diritto da difendere e rafforzare a livello locale”

RIMINI – A trent’anni dall’ingresso della Romagna nel programma regionale di screening mammografico (1996–1998) l’Emilia‑Romagna conferma il suo ruolo di pioniera nazionale nella prevenzione oncologica. “I dati della Rete Oncologica Regionale e della AUSL Romagna – evidenzia la vicesegretaria del PD Emilia-Romagna  e consigliera regionale, Emma Petitti –  mostrano un territorio che continua a registrare tassi di adesione tra i più alti d’Italia, con una partecipazione allo screening mammografico stabilmente superiore alla media nazionale”.

Nella sola provincia di Rimini si eseguono oltre diecimila mammografie l’anno, con un tasso di richiamo per approfondimenti diagnostici che si attesta intorno al 5–7%, in linea con gli standard regionali. Le sedi di screening di I livello sono distribuite tra Rimini, Santarcangelo, Cattolica e Novafeltria, mentre gli approfondimenti di II livello sono centralizzati presso l’Ospedale Infermi.

La Breast Unit Romagna – tra le più strutturate del Nord Italia – effettua oltre seicento interventi l’anno in tutta la Romagna, di cui circa un quarto negli ospedali riminesi. La sopravvivenza a cinque anni per tumore al seno supera il 90%, confermando l’efficacia della diagnosi precoce e dei percorsi multidisciplinari.

“Accanto ai servizi sanitari – continua la Petitti – un ruolo decisivo è svolto dalla rete delle associazioni di volontariato femminile, attiva da decenni nel sostegno alle pazienti, nella promozione della prevenzione e nella costruzione di una cultura comunitaria della salute. Una rete ampia e articolata, che comprende realtà storiche e nuove iniziative diffuse in tutta la provincia”.

Un modello che funziona, ma che oggi deve affrontare nuove sfide

La vicesegretaria del PD regionale si sofferma poi sulle possibili soluzioni per portare il modello sanitario locale oltre le dinamiche, anche complesse, emerse nel corso degli anni. Pur in un quadro complessivamente positivo, emergono alcune variabili da analizzare e che richiedono attenzione politica e investimenti mirati.

1. La pressione sul personale sanitario

La domanda di screening cresce, mentre la disponibilità di radiologi e tecnici specializzati non aumenta allo stesso ritmo. Ne derivano carichi di lavoro elevati e tempi di refertazione che rischiano di allungarsi. La risposta possibile è un investimento strutturale nella formazione, nell’attrazione di nuovi professionisti e nella valorizzazione delle competenze già presenti.

2. Le differenze territoriali nell’accesso

Le aree periferiche della provincia non sempre hanno la stessa facilità di accesso ai servizi rispetto ai centri maggiori. La soluzione passa dal potenziamento delle unità mobili, dall’ampliamento delle fasce orarie e da campagne di sensibilizzazione mirate alle comunità locali.

3. L’aumento della popolazione da monitorare

L’invecchiamento demografico e l’ampliamento delle fasce di età coinvolte negli screening richiedono un ulteriore potenziamento delle apparecchiature e delle sedi. La prospettiva è quella di un piano pluriennale che rafforzi la Breast Unit e consolidi la rete territoriale.

«Trent’anni di screening mammografico in Romagna – conclude la Petitti – significano migliaia di diagnosi precoci e migliaia di vite salvate. La nostra regione è stata pioniera nella prevenzione oncologica e continua a esserlo grazie al lavoro straordinario dei professionisti sanitari e alla forza delle associazioni di donne che ogni giorno sostengono, informano, accompagnano. Oggi però non basta celebrare: dobbiamo investire, innovare, rafforzare la rete. La prevenzione è un diritto e la sanità pubblica è il luogo dove questo diritto diventa realtà. La Romagna lo ha dimostrato per trent’anni. Ora dobbiamo garantirlo per i prossimi trenta».